PRESENTAZIONE


Questo blog nasce sulla base di diverse pressioni e richieste pervenute allo scrivente, in verità piuttosto tardive visto che la stagione turistica è inoltrata. Ciò nonostante, mossi dall'amore per la Città, non ci siamo sottratti a questo ulteriore invito, che onoreremo periodicamente a titolo esclusivamente gratuito e con l'aggiunta di nuovi itinerari. Il blog è stato dunque ideato a supporto del sito internet del Comune di Milazzo e di quelli di associazioni ed enti turistici milazzesi.

venerdì 5 agosto 2011



ALLA SCOPERTA DI MILAZZO


Itinerario di visita n. 1
Vaccarella, Borgo, Castello, Marina Garibaldi

AVVERTENZA - Questa breve guida, lungi dall’essere esaustiva, offre soltanto brevi cenni introduttivi per la visita della città. Per informazioni più dettagliate si rimanda alla recente pubblicazione del dott. Franco Chillemi, intitolata «Milazzo, guida alla città perduta» (Ciofalo Editrice, Messina 2011) e disponibile anche in Biblioteca Comunale.


Testi a cura di Massimo Tricamo. Photos by Carmelo Fulco & Massimo Tricamo.

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IL PALAZZO DEI MARCHESI D’AMICO

L’itinerario si snoda tra la parte alta dell’abitato, il suo quartiere marinaro per antonomasia ed il suggestivo lungomare di levante. S’inizia con la visita alle lussuose sale del settecentesco Palazzo dei Marchesi D’Amico, residenza di una delle famiglie milazzesi più facoltose, proprietaria sino alla metà del secolo scorso di alcune tonnare cittadine e di ubertosi vigneti destinati alla produzione del vino da taglio che Milazzo esportava in abbondanza anche verso i mercati d’Oltralpe.

Il palazzo, recentemente restaurato, ospita oggi la Biblioteca Comunale (al secondo piano, dove è possibile ammirare un cospicuo fondo librario arricchito, tra l’altro, da incunaboli e cinquecentine) ed è sede di frequenti convegni, esposizioni ed incontri culturali, che si svolgono perlopiù al primo piano (cosiddetto piano nobile), dove pavimentazioni settecentesche, affreschi - alcuni dei quali risalenti ai primi del Novecento - ed antiche carte da parati impreziosiscono gli interni di questa austera residenza, la cui facciata, realizzata nella prima metà del XVIII sec., è ingentilita da pregevoli decorazioni in pietra da taglio.

La facciata settecentesca del Palazzo dei Marchesi D’Amico

Nei locali del piano nobile, ben climatizzati, sono esposti alcuni cimeli risorgimentali, tra i quali spiccano lo scrittoio ed il letto utilizzati da Giuseppe Garibaldi nella vicina Merì alla vigilia della storica battaglia di Milazzo del 20 luglio 1860. Interessanti anche un quadro di Menotti Bruno (1898) raffigurante il patriota sen. Domenico Piraino, un ritratto ottocentesco di Giuseppe Garibaldi recentemente restaurato ed un busto marmoreo di Umberto I, opera dello scultore milazzese Francesco Greco (1881).


Palazzo dei Marchesi D’Amico, affreschi del salone centrale del piano nobile


LA CHIESA DI S. FRANCESCO DI PAOLA

Uscendo dal portale del Palazzo dei Marchesi D’Amico ed incamminandosi verso sinistra si giunge dopo appena dieci metri ad un vicolo in salita (vico Galletti) che conduce alla storica chiesa di S. Francesco di Paola, ben visibile sullo sfondo. Annessa all’attiguo convento, venne fondata dall’omonimo santo intorno al 1464, per poi essere rimaneggiata nei secoli successivi, da ultimo intorno alla metà del Settecento, quando venne dotata di un’elegante facciata impreziosita da decorazioni in pietra da taglio e di un ciclo di affreschi andato perduto e sostituito da quello eseguito nel 1914 da Raffaele Severino. Al 1914 risalgono altresì le artistiche vetrate realizzate da Salvatore Gregorietti. Tele e pale d’altare arricchiscono l’aula della chiesa: tra le altre, una firmata e datata da Letterio Paladino (1723). Tra le opere d’arte spiccano un coro ligneo, una statua marmorea della Madonna col Bambino di scuola gaginiana, recante alla base lo stemma dei Ventimiglia, ed il simulacro di San Francesco di Paola, presente in marmo (XVIII sec.) anche nella scalinata antistante la chiesa, scalinata recentemente ampliata con balaustre perfettamente analoghe a quelle originali situate vicino al portale d’ingresso del tempio.

I Milazzesi sono molto affezionati a questa chiesa per la profonda devozione al loro Santo più caro, patrono della gente di mare, la cui affollatissima processione (prima domenica di maggio) è seguita il martedì successivo dall’altra della “Berrettella” (custodita in reliquiario d’argento) che lo stesso San Francesco indossava in vita. Quest’ultima processione si svolge in parte sul mare e culmina con una breve cerimonia nello specchio d’acqua antistante la Marina Garibaldi.

L’elegante facciata della chiesa di S. Francesco di Paola

Nella chiesa si conservano i resti di S. Candida, una Martire delle catacombe di S. Ciriaca in Roma, traslata a Milazzo nel XVIII secolo, come attesta peraltro chiaramente un’antica certificazione di autenticità delle reliquie sottoscritta dal Vescovo di Porfiria nel 1784. Una Martire dei primi secoli della Chiesa di Roma, dunque, non la pia, devota ed omonima contemporanea milazzese del Santo di Paola, cui spesso vengono erroneamente associati questi resti custoditi entro teca in una cappelluccia ubicata dirimpetto alla Sacrestia, dove invece si può ammirare un pregevolissimo armadio ligneo.

Sotto la pavimentazione, recante iscrizioni sepolcrali di famiglie gentilizie, è custodita, ma al momento è inaccessibile, la cripta, dove in un cartiglio si legge la data 1770. All’esterno della chiesa, nella facciata laterale rivolta verso nord, una palla di cannone fa bella mostra di sé a ricordo della nota battaglia risorgimentale tra le truppe garibaldine e quelle borboniche (20 luglio 1860).
La chiesa custodisce tra le altre la tomba del patriota milazzese sen. Domenico Piraino, vissuto nell’Ottocento.


IL PALAZZO DEL GOVERNATORE

Uscendo dalla chiesa, si consiglia d’imboccare la via in salita intitolata alla memoria di Giuseppe D’Amico Rodriquez, aristocratico milazzese che abitava nel bel palazzo, purtroppo abbandonato al degrado, che un tempo fu dimora del governatore, la massima autorità militare di Milazzo.

La costruzione del palazzo, impropriamente denominato «dei Viceré», ebbe inizio nel 1612 in seguito all’adozione da parte degli amministratori comunali dell’epoca di una concessione edilizia, che autorizzava Francesco Baeli, primo proprietario dello storico edificio, ad innalzare il fabbricato, la cui facciata è impreziosita da stupende mensole figurate (i cosiddetti cagnoli).

Il portale principale del Palazzo del Governatore

L’edificio venne interessato nel tempo da diversi interventi di manutenzione: documentati quelli del 1724, 1787 e 1811. Gravemente danneggiato dal terremoto del 28 gennaio 1831, venne ricostruito nelle forme attuali da Giuseppe D’Amico Rodriquez, che avviò l’acquisizione delle quote di proprietà degli eredi Baeli.
Il Palazzo del Governatore, attualmente di proprietà dell’ente morale “Regina Margherita”, ebbe tra i suoi illustri ospiti Luigi Filippo d’Orleans, re di Francia nella prima metà dell’Ottocento.

La visita prosegue al più importante bene culturale cittadino, cui si giunge percorrendo la via Duomo antico, che si imbocca dopo essere passati di fronte alla chiesetta di S. Gaetano (o Madonna della Catena) ed alla settecentesca badia benedettina, che ospitò le monache dopo il loro abbandono della città murata.


IL CASTELLO (CITTA’ MURATA)

Cuore della città e sua principale ragion d’essere, il Castello di Milazzo sorge in uno dei pochi luoghi del Mediterraneo ininterrottamente abitati dall’uomo da almeno cinquemila anni. La possente rocca naturale, da cui prese nome la città greca, aveva già visto fiorire la civiltà del neolitico, del bronzo e del ferro, e continuò ad essere fortezza di primaria importanza per il controllo della costa settentrionale della Sicilia e del suo mare sotto i Greci, i Romani e i Bizantini, anche se la natura rocciosa del suolo, il suo declivio ed il suo sconvolgimento per la costruzione delle cinte bastionate non hanno lasciato traccia alcuna delle fortificazioni erette prima della conquista araba.

Planimetria della città murata (foto d’archivio)

Rimangono soltanto alcune preziose testimonianza di vita quotidiana: rinvenute casualmente entro il perimetro murario del maniero, attestano la presenza dell’uomo già in età classica. È il caso, ad esempio, della moneta mamertina rinvenuta nel 2005 nell’area antistante il monastero delle benedettine e raffigurante il Dio Adranos (III sec. a. C.) o di quella, risalente ad un secolo prima e coniata dalla zecca di Siracusa, che raffigura un ippocampo al diritto e la testa di Atena al rovescio. Testimonianze di notevole valore storico che, unitamente ai numerosi conci a vernice nera raccolti dal piano di calpestio, rendono ormai indifferibile l’esecuzione di nuove campagne di scavi da parte della Sovrintendenza.

 L'ippocampo nella moneta del IV sec. a. C. rinvenuta nella città murata.

Il Mastio, che sorge sul punto più alto dello sperone roccioso a strapiombo sul mare e chiude un’ampia ed ariosa corte, ha come suo nucleo più antico la torre detta “saracena” e come suo ambiente più pregevole l’elegante salone all’interno del quale si trova un possente camino. Iniziato forse sotto gli Arabi, ampliato dai Normanni, il Mastio assunse la sua struttura attuale (come rivelano le otto torri angolare e mediane) sotto Federico II di Svevia. Alcuni dei conci in pietra lavica che ornano le strutture murarie delle torri e del salone recano ancora oggi i marchi dei lapicidi, geometrici contrassegni che consentivano di riconoscere – e conseguentemente controllare e remunerare – il lavoro dei singoli maestri impegnati nel cantiere milazzese.

 Il Mastio col suggestivo sfondo dell'Etna innevata (foto by Marco Milazzo)

Successivamente, sotto gli Aragonesi, il Mastio normanno-svevo venne protetto dal tiro delle armi da fuoco attraverso la costruzione, alla fine del Quattrocento, della cinta bastionata che lo racchiude (cosiddetta cinta aragonese o "barrera artillera") coi suoi 5 torrioni semicilindrici. Infine, nel Cinquecento gli Spagnoli, per proteggere la città e la costa dai pirati barbareschi che avevano saccheggiato le Eolie e la Calabria e per avere un’imprendibile fortezza da cui controllare Messina, innalzarono la poderosa cinta muraria contraddistinta dalle numerose caditoie destinate alla difesa piombante.



 

 
La "barrera artillera" (cinta aragonese) costruita tra il 1496 ed il 1508 e progettata dall'ingegnere militare Baldiri Meteli. Recentemente è stata oggetto di studi da parte dell'arch. Alessandro Gaeta, che ha rinvenuto i documenti della sua costruzione all'Archivio di Stato di Palermo, curando inoltre eleganti simulazioni grafiche come quella raffigurata sopra assieme alla foto del portale d'ingresso e a qualche particolare interno ed esterno delle cannoniere munite di mirino a forma di croce e di fori entro cui scorrevano i perni dei portelloni lignei di chiusura della bocca delle stesse cannoniere, onde preservare le artiglierie da pioggia ed interperie.

Con la costruzione della cortina cinquecentesca (cosiddetta cinta spagnola) l’intero complesso fortificato assunse la fisionomia  di una vera e propria città murata, entro la quale erano ubicati i palazzi del potere, dalle sede municipale agli uffici giudiziari, cinque-sei edifici di culto, oltre alla chiesa madre innalzata alle soglie del Seicento, e le numerosissime abitazioni civili di coloro i quali dimoravano all’interno della stessa città murata. Un complesso di fabbricati pubblici e privati del quale oggi, se si eccettuano l’antico duomo e la secentesca badia benedettina, non rimangono altro che i perimetri murari di base, solo in parte affioranti in superficie.

Una suggestiva immagine della cinta spagnola (gentile concessione SiciliAntica Milazzo)

Imponente e suggestiva, la poderosa cinta spagnola, che comprende la cortina e i due bastioni ad essa affiancati (denominati rispettivamente «di Santa Maria» e «delle Isole»), è il risultato della progettazione di alcuni dei migliori ingegneri militari del tempo. Tra questi, il bergamasco Antonio Ferramolino, al quale si deve la realizzazione di uno dei luoghi più affascinanti e suggestivi dell’intera città murata: la galleria di contromina del bastione delle Isole, un lungo e tenebroso cunicolo, ricavato nel perimetro murario dello stesso bastione, che aveva lo scopo di prevenire gli attacchi delle mine nemiche, ossia dei tunnel sotterranei realizzati dagli assedianti al fine di raggiungere la base delle fortificazioni onde collocarvi potenti cariche esplosive capaci di distruggerle. Proprio per prevenire tali attacchi il Ferramolino consigliò la realizzazione di una galleria di contromina, dove l’assediato avrebbe pazientemente vigilato ascoltando l’eventuale approssimarsi dei colpi di piccone della costruenda mina nemica, che, non appena intercettata, sarebbe stata prontamente neutralizzata.


Questo complesso sistema di fortificazioni non venne mai espugnato: non ci riuscirono neppure gli Spagnoli, che l’avevano eretto, quando tentarono da qui di riconquistare la Sicilia perduta. E lo stesso Garibaldi fermò la sua avanzata vittoriosa sotto le mura del Castello, finché l’esercito borbonico, per il collasso dello Stato napoletano, non si arrese.

Il Duomo antico con il mare di levante sullo sfondo

Cominciò allora il declino della città murata: il Duomo antico, eretto a partire dal 1607 - è caratterizzato da forti membrature di sapore michelangiolesco, da una facciata recante meridiana, zodiaco ed una scultura in marmo raffigurante S. Maria col Bambino, nonché da eleganti geometrie in pietra da taglio di Siracusa tanto all’interno quanto all’esterno, oltre che da altari arricchiti da stupende tarsie marmoree - fu abbandonato al vandalismo ed al degrado (la graduale distruzione venne inaugurata dai garibaldini, prima, e dalle truppe del giovane Regno d’Italia, dopo) mentre il Mastio diventava un carcere, rimanendo tale sino al 1960.

È solo da qualche decennio che la città ha cominciato a riappropriarsi di quello che un tempo era il suo cuore pulsante. In questi anni, la realizzazione di un teatro all’aperto, i restauri dell’antico Duomo (di cui ancora oggi non si conosce il nominativo del progettista, mentre si conosce quello dell’architetto nonché capomastro palermitano - Giuseppe Gasdia - che ne ha diretto il cantiere dal 1615 circa) e quelli parziali di diversi ambienti delle cinte murarie hanno rappresentato indubbiamente alcuni decisivi passi in avanti in direzione del recupero di una delle fortificazioni più importanti della Sicilia.

ANTICHI REPERTI IN MOSTRA - Entro la Sacrestia dell'antico Duomo è possibile ammirare la mostra permanente allestita nel 2005 dalla Società Milazzese di Storia Patria (in collaborazione col Comune di Milazzo e la Sovrintendenza ai BB. CC. e AA. di Messina) sui reperti rinvenuti all’interno del complesso fortificato: ben 232 antiche monete, bottoni di divise militari, pipe e fischietti in terracotta, medagliette devozionali, pietre focaie ed antichi proiettili, ditali, e, tra l’altro, la riproduzione dell’orribile “gabbia di Milazzo” rinvenuta nel 1928 ed oggi custodita presso il Museo Criminologico di Roma.

Il Castello normanno-svevo-aragonese visto dal fortino dei Castriciani


IL FORTINO DEI CASTRICIANI E LO SCARABEO

Abbandonata la città murata si consiglia una passeggiata lungo le mura esterne dell’antico maniero. Costeggiando il bastione di S. Maria ci si immette nel vicoletto che consente di raggiungere il panoramico fortino dei Castriciani con annesso piazzale, la cui denominazione trae origine dagli abitanti di Castroreale preposti qualche secolo fa alla custodia di questa fortificazione avanzata. Il fortino, purtroppo in avanzato stato di degrado, è postazione panoramica privilegiata che consente di gustare la vista mozzafiato delle isole Eolie nonché dell’antico Duomo e delle diverse fortificazioni della città murata che si innalzano sull’altura rocciosa e selvaggia. Ma soprattutto si può ammirare la porzione iniziale della penisola milazzese, che si protende sinuosa tra i due mari di levante e di ponente. E’ consigliata la visita al fortino durante il tramonto.

Scendendo giù, in direzione sud, si giunge al piazzale dove sorgono le chiese dell’Immacolata e di S. Rocco, con altri punti panoramici, dai quali si osserva meglio la città bassa. Tornando indietro (percorso consigliato) si prosegue invece verso le vie Trincera e Papa Giovanni XXIII, ossia lungo la cinta spagnola della città murata, la cui cortina - collocata tra i possenti bastioni di S. Maria e delle Isole e caratterizzata dalle numerose caditoie destinate alla difesa piombante – è fronteggiata dal rivellino avanzato di S. Giovanni, costruito nel 1646 e collegato un tempo alla cortina cinquecentesca o spagnola da un ponte levatoio, accennato nel corso dei recenti lavori di restauro.

La penisola milazzese tra i mari di levante e ponente vista dal fortino dei Castriciani

Superato il bastione delle Isole, un ampio piazzale panoramico consente infine di osservare il Tono, altro quartiere marinaro di Milazzo, sede un tempo dell’omonima tonnara, e soprattutto il misterioso “scarabeo”, realizzato lungo le mura di recinzione del Castello verisimilmente in età normanna. Si tratta di una sorta d'insetto costituito da conci parallelepipedi in pietra lavica, le cui ali pare abbiano avuto anticamente la funzione di quadranti solari. In tal senso una serie di studi approfonditi è stata recentemente condotta dallo studioso milazzese Carmelo Fulco, il quale sta provvedendo a rilevare sistematicamente e periodicamente le varie registrazioni astronomiche allo scopo di svelare quanto prima il mistero che si nasconde dietro questa suggestiva antica decorazione in pietra lavica, della quale già alle soglie del Settecento s'ignorava la funzione.

 Lo scarabeo (denominato anche «gli occhi di Milazzo»). Da notare l’ombra riflessa dalla semisfera
 dell’occhio destro sull’ellisse rialzata rispetto all’intonaco. Era un quadrante solare?


Chiesa del Rosario, particolare degli affreschi di Domenico Giordano (1789)


CHIESA DEL ROSARIO O S. DOMENICO

Percorrendo la via S. Giuseppe si giunge alla chiesa del Rosario, parte integrante del vasto convento di S. Domenico fondato, come la stessa chiesa, nel XVI sec. La semplice facciata del tempio fronteggia la scalinata che conduce all’ingresso principale della città murata. La chiesa, a tre navate separate da colonne, è sormontata da un elegante ciclo di affreschi firmato e datato (Domenico Giordano, 1789) e custodisce al proprio interno antiche e pregevoli opere pittoriche (qualcuna attribuita a Filippo Jannelli), tra le quali il quadro - un tempo nella chiesa dei Cappuccini - raffigurante la Madonna degli Abbandonati («Nuestra Senora de los desanparados de Valencia»), donata da alcuni cittadini spagnoli di Valenzia in servizio nella fortezza di Milazzo nel Seicento. Pregevole un paliotto ligneo dipinto in azzurro ed oro recante lo stemma della nobile famiglia Cumbo. L’aula della chiesa è impreziosita da lapidi marmoree sepolcrali munite di stemmi ed iscrizioni, da un coro ligneo e, tra l’altro, da un sarcofago marmoreo risalente al 1625. Si conserva altresì la statua della Madonna del Rosario, che ad ottobre viene condotta in processione: è stata realizzata dall’artista Luigi Guacci di Lecce nei primi decenni del Novecento.

Interessanti anche i locali, solo parzialmente recuperati, dell’annesso convento che ospita un elegante chiostro in corso di restauro. Piuttosto elegante il piccolo oratorio del Nome di Gesù, limitrofo alla chiesa ed arricchito da numerose opere d’arte.


IL QUARTIERE MARINARO DI VACCARELLA

Abbandonata la chiesa del Rosario e scendendo lungo l’attigua scalinata (Erta S. Domenico), si giunge alla pittoresca porzione del lungomare di levante adibita al ricovero delle numerose imbarcazioni da pesca di proprietà degli abitanti del rione Vaccarella, che recentemente si sono efficacemente riuniti in sodalizio (Associazione “Nino Salmeri”) allo scopo di rendere più ordinato e gradevole il litorale. La spiaggia dei pescatori si suddivide oggi in quattro settori, “S. Andrea”, dal nome dell’omonima chiesetta di cui restano soltanto i ruderi ed una statuita lignea custodita entro teca nella piazzola ubicata lungo il mare, “Padre Pio”, così è denominata la serie di aiuole ben curate che ospitano la statua del Santo di Pietralcina, “S. Francesco di Paola”, in prossimità della piccola fortificazione antiaerea costruita durante il secondo conflitto mondiale ed oggi abbellita da una bella raffigurazione pittorica del Patrono della gente di mare, e “Madonna della Neve”, quasi dirimpetto alla chiesa di S. Maria Maggiore.

Procedendo lungo il marciapiede con ringhiera che procede parallelamente alla spiaggia è possibile osservare il paziente lavoro quotidiano dei pescatori, alcuni dei quali intenti ad eseguire piccoli interventi di manutenzione alle proprie imbarcazioni, altri a stendere al sole le proprie reti o a prepararsi alla pesca notturna. Ma soprattutto è possibile gustare la variopinta ed affascinante flotta di grandi e piccole barche da pesca realizzate perlopiù nei cantieri di valenti carpentieri navali milazzesi, dai fratelli Providenti a Francesco, Ninài e Stefano Salmeri, oltre alle barche costruite dall’ancor vivente maestro Caizzone in contrada Grunda.

Tra le numerose barche da pesca, fanno bella mostra di sé gli antichi lavatoi impiegati sino alla metà del secolo scorso dalle moglie dei Vaccariddòti, i quali mantengono inalterato ancor oggi il loro profondo legame col mare e con la pesca. Passeggiando al mattino lungo la spiaggia, all’ombra dei profumatissimi eucalipti e gustandosi la brezza marina, s’incontrano numerosi banchi adibiti alla rivendita del pesce appena pescato, come ad esempio le lunghe spatole, catturate grazie all’ausilio del conzo, un mastello di plastica il cui bordo superiore ospita un cerchio ligneo a sua volta destinato ad accogliere centinaia di ami legati a decine e decine di metri di lenza. Il visitatore

I  colori di Vaccarella

Un pescatore  prepara la nassa.

attento non può non rimanere colpito dalla maestria dei pescatori-rivenditori intenti a pulire, con secchi e decisi tagli eseguiti cogli usuali coltellacci, le spatole acquistate dai clienti.

La passeggiata al lungomare di Vaccarella è resa ancor più gradevole da un susseguirsi di antichi fabbricati pubblici e privati, contraddistinti da settecentesche mensole figurate (“cagnoli”) e da eleganti portali in pietra da taglio, con facciate dipinte coi tradizionali colori cittadini, come il «rosino milazzese». Spiccano, tra gli altri, il palazzo Catanzaro, ubicato a pochi metri dal Palazzo dei Marchesi D’Amico, la casa Cumbo, la cui facciata si fonde con quella laterale della chiesa di S. Maria Maggiore, ed il diruto Asilo Infantile Calcagno, di proprietà comunale e terminato nel 1903 in stile neogotico.

 Croce di Mare

La passeggiata a Vaccarella non può non includere una capatina alla romantica spiaggetta della Croce di Mare, che ospita tra gli scogli un’edicola votiva posta dirimpetto alla graziosa residenza dei Caravello, la quale sembra vigilare la placida serenità del luogo, sormontato dal panoramico convento dei Cappuccini e dal monumento funerario del nipote del generale Zumjungen, comandante della piazza di Milazzo durante il tremendo assedio spagnolo subito da Milazzo nel biennio 1718/19.

Una visita merita infine la chiesa del rione, uno dei luoghi simbolo del Risorgimento milazzese.

La storica chiesa del rione Vaccarella: S. Maria Maggiore


CHIESA DI S. MARIA MAGGIORE

La bella facciata in stile neoclassico, eseguita verisimilmente nella prima metà del XIX sec, contrasta con l’interno in stile rococò. Un pregevole ciclo d’affreschi eseguito da Scipio Manni nel 1762, raffigurante tra l’altro la “cacciata dei mercanti dal tempio”, impreziosisce l’aula, adornata da piacevoli stucchi ed i cui altari laterali recano invece modesti rivestimenti marmorei. Nella chiesa si venera la Madonna della Neve, della quale si conserva sull’altare maggiore un quadro del Settecento ed il cui culto negli ultimi anni è stato oggetto di crescente interesse da parte dei fedeli Milazzesi. Alcuni anni fa è stata commissionata ad un artista di Ortisei (prov. di Bolzano) un’artistica statua lignea della Madonna che riproduce fedelmente questo quadro del Settecento: intorno al 5 agosto di ogni anno viene condotta per le vie del quartiere in una suggestiva processione che in gran parte si svolge sul mare, accompagnata dalle barche dei pescatori del rione: un connubio ben riuscito di fede e folklore in piena stagione turistica.

L’esterno della chiesa – il suo campanile è stato parzialmente demolito in seguito al terremoto del 1908 - è attorniato da un bel sagrato semicircolare che ospitò il meritato riposo di Giuseppe Garibaldi dopo le fatiche della battaglia di Milazzo del 20 luglio 1860.

Tra i tradizionali appuntamenti della Parrocchia di S. Maria Maggiore, amorevolmente gestita dai Padri del convento di S. Francesco di Paola, conviene ricordare la suggestiva processione di Gesù Bambino per le vie del quartiere marinaro di Vaccarella (si svolge il giorno dell’Epifania alle 6,00 del mattino).

Non solo appuntamenti religiosi per i parrocchiani, che in estate, precisamente il sabato che precede la festa della Madonna della Neve, partecipano numerosi, unitamente ai turisti, alla “Sagra del Pesce”, organizzata dalla U.S. “Giovanni Cambria”.


 VACCARELLA ARCHEOLOGICA

Chissà com’era la vita a Milazzo duemila anni fa, senza traffico frenetico, i-pod, i-pad ed altre diavolerie di ultima generazione. Diversa, molto diversa, risponderemmo tutti. Eppure c’è un luogo in cui il tempo pare essersi fermato. E’ Vaccarella, il pittoresco rione marinaro dove da millenni si rinnova quotidianamente il rito a volte selvaggio della pesca.
Duemila anni fa qui la vita scorreva non molto diversamente da oggi. Come alla Mezzaluna, questa la denominazione della piazzetta in cui, a due passi dai ruderi dell’Asilo Calcagno, ci accomodiamo ai tavolini del bar per gustarci un buon gelato. Sotto quei tavolini nel 1998 la Sovrintendenza di Messina riportò alla luce alcune vasche impermeabilizzate in cui nel I sec. d. C. si eseguiva la lavorazione del pesce. Interessante il contenuto della vasca “numero 4”, piena zeppa di resti di tonno. Un po’ più in là, dirimpetto la porta del ristorante, precisamente davanti l’antica fontanella comunale costruita nel 1883, un altro eccezionale rinvenimento: un deposito di antichissime anfore romane (perlopiù Dressel 21/22), in cui venivano conservate fette di pesce salato o squisita salsa di pesce (“garum”), verisimilmente lavorate nelle limitrofe vasche impermeabilizzate. Oggi un nutrito campione di tali reperti è esposto nelle eleganti sale dell’Antiquarium Archeologico “Domenico Ryolo” di via Impallomeni.


 Gli scavi alla Mezzaluna: vertebre di tonno (Antiquarium archeologico "D. Ryolo")

Che Vaccarella fosse un borgo di pescatori già in età classica è testimoniato dalle recentissime indagini archeologiche eseguite nel palazzotto Lo Miglio (a due passi dalla chiesa di S. Maria Maggiore), dalle fondazione del quale sono emersi resti di pesce forse simili a quelli rinvenuti nel 2001 in uno scavo eseguito durante l’allestimento dell’hotel Garibaldi,dove inoltre è stata rinvenuta una stupenda iscrizione marmorea in latino risalente alla prima età imperiale romana. Chissà quali altre sorprese ci riserverà in futuro Vaccarella. 

LA MARINA GARIBALDI E VIA GIACOMO MEDICI

Lasciata la chiesa di S. Maria Maggiore ci si può immergere nella vastità del lungomare di levante, magari accomodandosi ad una delle numerosissime panchine della Marina, la passeggiata dei Milazzesi, contraddistinta dal Monumento ai Caduti del XX luglio 1860 inaugurato nel 1897 alla presenza di Francesco Crispi (è opera dello scultore milazzese Francesco Greco).

Una suggestiva veduta della Marina col Castello sullo sfondo

Nel tratto di Vaccarella il lungomare accoglie il pontile “S. Maria Maggiore”, adibito al ricovero di numerose imbarcazioni da diporto. Numerosi i palazzi e le dimore gentilizie che si affacciano sul lungomare, dal neogotico Palazzo Siracusa al già citato settecentesco Palazzo dei Marchesi D’Amico. La passeggiata in Marina può essere deviata nel salotto dei Milazzesi, la via Giacomo Medici, che si apre tra la chiesa di S. Giacomo ed il neoclassico palazzo dei Proto: accessibile solo ai pedoni, questa strada ospita tra gli altri il palazzo Catanzaro, quello dei Bonaccorsi-Merlo (già

Via Giacomo Medici, salotto di Milazzo





Il Palazzo Municipale, costruito a fine Ottocento su disegni dell’ing. Giuseppe Ryolo

Cumbo) recentemente ristrutturato (ospitò nel 1897 Francesco Crispi) e l’altro palazzo Bonaccorsi, tra i luoghi-simbolo della Milazzo garibaldina. Quest’ultimo edificio, che ospitò il generale Giacomo Medici, si affaccia con un bel loggiato al primo piano sulla via Francesco Crispi, dove sorge maestoso il Palazzo Municipale, eretto su progetto dell’ing. milazzese Giuseppe Ryolo negli anni Ottanta dell’Ottocento. Alle spalle del Municipio, nella piazza intitolata a Caio Duilio - protagonista della storica vittoria del 260 a. C. (la prima dei Romani in una battaglia navale) sulla flotta cartaginese nelle acque di Milazzo - l’ala occidentale del Convento dei Carmelitani, con bel portale in pietra da taglio sormontato dallo stemma dell’ordine, e l’attigua chiesa del Carmine, la cui elegante facciata ospita la statuina marmorea della Madonna del Carmelo, commissionata nel 1632 dal milazzese Baldassarre Valenti, la cui famiglia finanziava l'altare laterale dedicato alla titolare. La chiesa, innalzata nella seconda metà del Cinquecento, presenta oggi un aspetto settecentesco, a seguito delle distruzioni registratesi durante l'assedio spagnolo del 1718-19, anche se non manca l'impronta lasciata da interventi successivi, come l'abside eseguita nel 1886 in occasione dei lavori di costruzione del limitrofo palazzo municipale o il restauro risalente agli anni Quaranta del Novecento, subito dopo i danni provocati dai bombardamenti aerei anglo-americani del 1943. All'interno pale d'altare del Settecento o delle soglie dell'Ottocento (nessuna delle quali firmata, solo una reca l'anno 1805) si alternano a tale ovali settecentesche raffiguranti santi carmelitani, da S. Elia, restaurato di recente (primo a sinistra in prossimità del portale d'ingresso), al beato Angelo Agostino Mazzinghi (navata destra), riproposto nella consueta raffigurazione con rose e gigli che escono dalla sua bocca. Due ovali (i primi delle due navate) sfuggono alla precedente classificazione, tanto che quello a destra può considerarsi un ritaglio di una pala d'altare del Seicento (arredo della chiesa antecendente alle distruzioni dell'assedio spagnolo) raffigurante la Madonna dell'Itria, cui era dedicato uno dei 10 altari laterali dell'antica chiesa cinquecentesca, della quale sopravvive ancora il monumento funebre in marmo dei coniugi Gian Giacomo e Fimia Ciparo, innalzato nel 1583 in conformità alla disposizione testamentaria - dell'anno precedente - dello stesso Ciparo, il quale lo commissionò all'autorevole bottega messinese dei Calamech non senza indicare succintamente le modalità costruttive («ad architettura simplice secondo lo parire del signor Calamecca di Messina»).
Tornando alla Marina merita un cenno il monumento - finanziato negli anni Sessanta dalla Regione Siciliana - all’eroico ammiraglio Luigi Rizzo (1887-1951), il figlio più illustre di Milazzo, il marinaio più decorato d’Italia che il 10 giugno 1918 (in questo giorno si celebra ogni anno la festa della Marina Militare italiana) affondò nelle acque di Premuda col suo MAS la corazzata austro-ungarica Santo Stefano.

La Marina Garibaldi vista dalle alture del Borgo



Itinerario di visita n. 2
Duomo, piazza Roma, S. Papino e Tono

IL DUOMO DI S. STEFANO

E’ lungo la via Antonino Cumbo Borgia che sorge il nuovo Duomo della città, intitolato al Patrono S. Stefano ed innalzato negli anni Trenta del Novecento, anche se i lavori si sarebbero protratti sino alle soglie degli anni Cinquanta. Architettonicamente modesta, la matrice è impreziosita da una ricca quadreria, in parte proveniente dall’antico Duomo del Castello, come nel caso delle due tavole gemelle cinquecentesche - opera di Antonello De Saliba, nipote di Antonello da Messina - raffiguranti i SS. Pietro e Paolo, una delle quali presenta un cartiglio recante l’anno 1531 e la dicitura «Lu Mastru Antonellu Resaliba pinsit». Al De Saliba è attribuita anche una “Natività”, che raffigura il Bambino entro una madia, tra la Madonna e S. Giuseppe, un monaco inginocchiato ed un pastore, tutti sormontati da un Angelo che sorregge un cartiglio recante la dicitura «Gloria in excelsis Deo». 

 S. Nicola e storie della sua vita

Dall’antico Duomo proviene anche la pala d’altare, posta lungo la navata di sinistra, raffigurante i SS. Martiri Milazzesi: venne commissionata dagli amministratori comunali nel 1622 e raffigura una bella veduta della città. Dall’antica chiesa dell’Annunziata, della quale entro la città murata sopravvive soltanto l’abside con decorazioni in pietra da taglio, provengono invece una tavola quattrocentesca (Antonio Giuffrè, attr.) ed un gruppo marmoreo di scuola gaginiana raffiguranti “L’Annunciazione”. Dalla chiesa di S. Nicola, ubicata un tempo di fronte l’antico Duomo, giunge infine l’opera pittorica attribuita ad Antonio Giuffrè “San Nicola e storie della sua vita”, commissionata, come attesta lo stemma in basso, dall’aristocratica famiglia D’Amico-Anzalone. Completano la quadreria, tra l’altro, due pale d’altare del Settecento attribuite a Scipio Manni (“Annunciazione” e “Adorazione dei Magi”). L’opera d’arte maggiormente venerata dai Milazzesi rimane comunque la statua policroma del Santo Patrono S. Stefano, realizzata nella seconda metà del XVIII sec.  e portata in processione ai primi di settembre.

LA NECROPOLI TARDOROMANA E PROTOBIZANTINA

Uscendo dalla Matrice, dirimpetto la facciata principale, è possibile osservare i resti di una necropoli tardoromana e proto bizantina (V-VII sec. d. C.), dove intorno al 1995 sono state rinvenute alcune anfore commerciali, unitamente a preziosi braccialetti in osso lavorato, lucerne e ampolle in vetro. Tali corredi sono oggi custoditi presso l’Antiquarium archeologico di via Impallomeni. Quel che è possibile osservare, al di sotto della moderna copertura in vetro, è solo una piccola porzione della ben più vasta area archeologica riemersa dagli scavi, un vero e proprio cimitero monumentale (circa 90 sepolture) mai prima oggetto di esplorazione archeologica. Interessanti, in particolare, le anfore da trasporto rinvenute tra le sepolture e riutilizzate per l’inumazione dei bambini.

IL TEATRO TRIFILETTI

Procedendo in direzione nord, dopo aver costeggiato il sobrio fabbricato - innalzato negli anni Trenta - che ospita le scuole elementari intitolate allo storico cittadino Giuseppe Piaggia, si giunge al Teatro Trifiletti, fondato all’inizio del Novecento dall’omonimo imprenditore, facoltoso intermediario di vini da taglio prodotti nella Piana di Milazzo, importatore dalla Gran Bretagna di carboni rivenduti alle industrie del comprensorio e primo milazzese a credere nel turismo: fondò, tra l’altro, tre piccole strutture alberghiere.
I tre ordini di palchi del Teatro Trifiletti

Il teatro, contraddistinto da un’architettura semplice ed essenziale, venne progettato dall’ing. Letterio Savoja. E’ costituito da una platea e da tre ordini di palchi incastonati nella caratteristica pianta a ferro di cavallo. Nel foyer sono visibili i resti del ciclo di affreschi di Carlo Righetto, firmati e datati 1912, anno in cui il teatro venne inaugurato con la rappresentazione del Rigoletto di Verdi e con una sfavillante illuminazione elettrica, introdotta a Milazzo proprio in quel periodo.
Negli anni Ottanta la struttura teatrale, per lungo tempo adibita anche a cinematografo, è stata acquistata dal Comune di Milazzo, che recentemente l’ha ristrutturata e restituita alla pubblica fruizione.

I GIARDINI DI VILLA VACCARINO

A qualche metro dal Teatro Trifiletti ci si imbatte in due interessanti esempi di architettura risalenti ai primi decenni del Novecento, il villino Greco, elegante espressione del Liberty a Milazzo contraddistinto da un’alta torretta, e Villa Vaccarino, costruita alla fine degli anni Venti, su disegni dell’ing. Gaetano Bonanno, per l’omonimo industriale. La villa, oggi di proprietà comunale ed attorniata da una ricca ed elegante cancellata esterna, è adibita oggi a finalità culturali. Gli interni sono impreziositi da pregevoli decorazioni pittoriche (Michele Amoroso) e stucchi. 

 
  La Sicilia tra i fiori e le piante di Villa Vaccarino

Davvero suggestivo è il vasto parco annesso alla villa, dove è possibile accedere durante gli orari di apertura degli uffici giudiziari. Curiosa la vasca che ripropone la forma della Sicilia, tra piante e fiori di diverso tipo. Osservabili anche i resti delle fortificazioni annesse all’antico bastione di S. Gennaro, di cui entro il vasto giardino sopravvive una consistente porzione muraria. Negli anni Ottanta i giardini di Villa Vaccarino hanno ospitato gradevoli concerti di musica da camera.


LA CHIESETTA DI S. CATERINA

A pochi metri da Villa Vaccarino si apre piazza Roma, recentemente ripavimentata ed un tempo denominata “Piano di S. Caterina”, dall’omonima chiesetta che ospita l’antica statua marmorea di S. Caterina di Alessandria, scolpita verisimilmente nel 1560 da Giuseppe Bottone, capomastro del fabbrica del Duomo di Messina. La scultura, custodita in una nicchia attorniata da stucchi settecenteschi, rappresenta l’unica opera d’arte significativa della piccola chiesa, contraddistinta da un’architettura semplice e modesta. Il piccolo edificio - interamente ricostruito nel Settecento - è stato oggetto di recenti lavori di restauro che hanno riportato alla luce una cripta ed un’acquasantiera marmorea con l’immagine della titolare.

IL MONUMENTO  AI CADUTI

Al centro di piazza Roma sorge il Monumento ai Caduti della Grande Guerra, realizzato dallo scultore palermitano Nino Geraci nel 1926, vincitore di un concorso promosso dal Comune di Milazzo: il suo bozzetto, «Roma 18», riuscì a prevalere su altri 18 bozzetti giudicati da un’autorevole commissione esaminatrice composta dall’arch. Ernesto Basile, dal critico d’arte Ugo Fleres e dallo scultore Mario Rutelli. «Roma 18» prevedeva una coppia di colonne doriche in pietra bianca di Comiso, ciascuna delle quali sarebbe stata impreziosita da tre coppie di rostri bronzei e da una vittoria alata, anch’essa in bronzo, svettante alla sommità. Tra le due colonne si erge eroicamente il nudo Milite in bronzo, alto circa 3 metri e contraddistinto da eleganti riproposizioni anatomiche e muscolari, tipiche delle figure atletiche di cui il Geraci era specialista: egli stesso era un appassionato sportivo. Il Milite è raffigurato mentre afferra uno scudo col braccio sinistro ed il gladio, tipico dell’antica Roma dei gladiatori, con la mano destra. In bronzo sono state realizzate anche le laterali are fiammeggianti e le due palme con corona ed elmetto poste ai lati dell’iscrizione «Ai Milazzesi morti per la Patria».

 Eleganti riproposizioni anatomiche e muscolari nel Monumento ai Caduti

Nella primavera del 2012 il Monumento è stato oggetto di restauri che hanno liberato il Milite e gli altri elementi bronzei - fusi presso la Fonderia Artistica Chiurazzi di Napoli - dalla verde patina di ossido cui i Milazzesi si erano ormai abituati.

IL QUARTIERE DEGLI SPAGNOLI (ANTIQUARIUM ARCHEOLOGICO)

Tracce dell’affascinante mondo dell’antica Roma, e non solo, sono osservabili anche presso l’Antiquarium archeologico che si raggiunge percorrendo per circa 20 metri la via intitolata all’illustre giurista milazzese Giovan Battista Impallomeni. Qui sorgono le due ali cinquecentesche del Quartiere militare, che appunto ospitava gli acquartieramenti delle truppe spagnole. In verità, in passato tali ali, alla cui costruzione non fu estraneo l’ingegnere militare Camillo Camilliani, erano sovrastate da un primo piano ed unite da una porta (c.d. Porta del Quartiere). Oggi rimangono soltanto i pian terreni della diruta ala ovest e della restaurata ala est, adibita dalla Sovrintendenza ai BB. CC. e AA. di Messina ad Antiquarium archeologico, le cui 10 sale raccolgono alcuni dei numerosissimi reperti rinvenuti a Milazzo perlopiù negli ultimi decenni. La struttura è stata intitolata al barone ed ingegnere Domenico Ryolo Di Maria (1895-1988), padre dell’archeologia milazzese. Lo spazio museale si articola in tre grandi sezioni: pre-protostorica, greca e romano-bizantina.


Un reperto archeologico custodito all'Antiquarium

L’allestimento, come si legge nel pieghevole distribuito all’ingresso, è di tipo tradizionale con vetrine, pannelli didattici e ricostruzioni. Di seguito riportiamo quanto si legge nel suddetto pieghevole: «nella sezione preistorica e protostorica (sale 1-5), si segnala il vasellame proveniente dal villaggio dei Cipressi, nella zona del Borgo (sala 4), e soprattutto dalla grande capanna 1. Tra i reperti si segnalano due doli di grande formato, di produzione liparese, un’olla con originale decorazione a dischi, numerose scodelle con ponticello interno finemente decorate a incisione, vasetti miniaturistici e un’anfora castellucciana a decorazione dipinta geometrica, rara importazione dall’area etnea.
Nella sezione greca (sale 6-9), solo la prima vetrina ospita una selezione di reperti ricollegabili all’abitato greco, come in tutti i centri a continuità di vita, poco conosciuto. Le sale successive sono dedicate alle necropoli, oggetto di ricerche sistematiche in questi ultimi decenni. I numerosissimi corredi selezionati, databili all’estrema fine del VIII/inizi del VII sec a. C. alla tarda età ellenistica, annoverano ceramiche, terracotte, di varia provenienza, produzione e pregio, e anche monili e oggetti funzionali all’abbigliamento ed all’igiene. Si segnalano ceramiche di fabbrica corinzia, attica (a figure nere e a figure rosse), coloniale (ceramica a bande, a immersione, a vernice nera), ma anche oggetti d’uso quotidiano riutilizzati per il seppellimento dei bambini (anfore, pentole, olle, idrie).
Una suggestiva ricostruzione didattica delle tipologie sepolcrali più attestate attraverso i secoli occupa integralmente la sala 8. Tra le sepolture si segnalano la grande osteoteca ricavata in un monoblocco di pietra arenaria locale contenente una lekane a corpo cuoriforme in ceramica suddipinta bianca della prima metà del II sec. a. C. utilizzata come cinerario.
Nella successiva sala 9, dedicata ancora alla necropoli ellenistica, si osservino i modellini fittili di imbarcazione (III sec. a. C.) provenienti da un corredo funerario che includeva anche un vaso configurato a forma di oca.
Nella sezione romano-bizantina (sala 10) sono esposti i reperti restituiti dagli scavi più recenti condotti nel settore di abitato di età imperiale parzialmente esplorato in contrada Vaccarella; rappresentano una curiosità le anfore da trasporto (I a.C.-I d.C.) con resti di salsa di pesce, rinvenute all’interno di un deposito di stoccaggio rintracciato nell’area dell’attuale piazza Mezzaluna.
Sulla parete si osservi l’interessante iscrizione latina della prima età imperiale, purtroppo lacunosa, primo documento epigrafico restituito dagli scavi.
Si segnalano infine i corredi provenienti dal lembo di necropoli tardo antica-protobizantina di via Cumbo Borgia, che includono oltre alle anfore commerciali, alcuni preziosi braccialetti in osso lavorato, lucerne e ampolle in vetro».

La visita all'Antiquarium si completa ammirando la nuova saletta dedicata ai rinvenimenti di archeologia subacquea, un'esposizione che mette in mostra i materiali rinvenuti negli scavi condotti negli anni Novanta dalla Soprintendenza di Messina (relitto di punta Mazza, discariche portuali) insieme ai reperti donati da privati e/o oggetto di sequestro da parte delle forze dell’ordine. 



Il mosaico dell'ex Convento di S. Francesco di Paola


Un'ulteriore appendice è rappresentata dalla visita ai resti dell'edificio con mosaico di età ellenistica (II sec. a. C.), recentemente restaurato e ubicato nei locali a pian terreno dell'ex Convento di S. Francesco di Paola, in prossimità dell'ex Carcere Femminile. 

  
EX CARCERE FEMMINILE


Edificato nella prima metà del XIX sec., fu adibito, come peraltro testimoniano le robuste inferriate visibili lungo le facciate, a istituto penitenziario. Dagli anni Venti agli anni Cinquanta del Novecento le sue piccole celle ospitarono in media una decina di detenute, recluse perlopiù per piccoli reati, qualcuna anche per omicidio. L'edificio presenta linee architettoniche semplici ma eleganti, con bugnato e stipiti di porte e finestre in pietra da taglio nella facciata principale. 



 Turisti di una nave da crociera di fronte all'ex Carcere Femminile
(foto Nicola Mento)


Restaurato nel 2000 per ospitare le sale dell'Antiquarium archeologico, dal dicembre 2013 ospita - in seguito al trasferimento dei reperti archeologici nel vicino Quartiere degli Spagnoli - il Museo I.C.A.N., un itinerario lungo la Milazzo archeologica, le ville del Capo e le masserie della Piana con un'ampia esposizione di reperti etnoantropologici agricoli e marinari e con un omaggio a Luigi Rizzo, Eroe della Prima Guerra Mondiale. Abbastanza ricca la sezione dedicata alla cantieristica milazzese, specializzata da secoli nella costruzione di imbarcazioni di tonnara e torchi lignei per palmenti e frantoi, e quella dedicata al vivaismo viticolo, visto che a Milazzo si producono barbatelle da oltre 120 anni. 


LA CHIESA DI SAN PAPINO

Tornando ai piedi del Monumento ai Caduti e proseguendo verso il lungomare di Ponente ci si imbatte nella piazza intitolata al martire orientale S. Papino, le cui spoglie, secondo la tradizione, giunsero miracolosamente sino alla spiaggia in prossimità della quale furono poi innalzati l’omonima chiesa e - nei primi decenni del Seicento - l’annesso convento dei Francescani Riformati, quest’ultimo dotato di un antico chiostro caratterizzato da colonne in arenaria e da frammenti di affreschi in qualche lunetta.

La chiesa, gravemente distrutta dall’assedio del 1718, è stata rimaneggiata intorno al 1934, allorquando l’arch. Giuseppe Mallandrino ne ridisegnò elegantemente la facciata, caratterizzata da vistose paraste corinzie e da un portale sormontato da timpano spezzato. Gli interni sono stati riccamente affrescati, contestualmente al rifacimento della facciata, da Salvatore e Guido Gregorietti, che hanno rappresentato l’apoteosi di S. Francesco d’Assisi ed episodi della sua vita.

Nell’abside fanno bella mostra di sé il grandioso altare ligneo di ordine corinzio con due coppie di colonne poste ai lati di una grande tela del Seicento (Onofrio Gabrieli, attr.) e con altri piccoli dipinti nelle porzioni laterali, elegante e degno sfondo della magnifica Custodia (tabernacolo) con statuine di santi francescani finemente scolpite, opera di ebanista del Settecento. La grande tela secentesca raffigura tra gli altri il titolare, un tempo Patrono della città, in abito da “cavaliere”, verisimilmente per evidenziare la protezione che il Santo avrebbe accordato a Milazzo in occasione delle numerose incursioni dei pirati barbareschi susseguitesi nell’età moderna. Ad imitazione di tale raffigurazione è stato ideato il nuovo simulacro in cartapesta di San Papino cavaliere e martire, realizzato dal maestro cartapestaio Pietro Balsamo di Francavilla Fontana (Br) e benedetto nel settembre 2011 dall’Arcivescovo di Messina.

L’aula della chiesa è arricchita tra l’altro da pregevoli monumenti marmorei funerari risalenti alla metà del XVIII sec., dalla statua di S. Pasquale Baylon (firmata e datata Francesco Antonio De Mari, 1750) e dal secentesco Crocifisso ligneo (Frate Umile da Petralia?), che lacrimò miracolosamente nel 1798.

IL “S. TOMMASO” E LE TONNARE

Il visitatore che si appresta ad osservare il “San Tommaso”, ossia il palischermo custodito entro recinzione metallica in piazza San Papino, dovrebbe immaginarlo in piena efficienza, in occasione del calato della Tonnara del Tono, ossia quando ci si apprestava ad immergere nel mar di Ponente il complesso ed intricato sistema di reti e di “camere” che avrebbe dovuto catturare i tonni. Un creunto rituale, quello della mattanza coi tonni issati ed infilzati dalle nerborute braccia dei tonnaròti, che a Milazzo si sarebbe rinnovato per secoli sino alla metà del Novecento: erano ben sei le tonnare e tonnarelle dislocate lungo le coste della città.


Mattanza alla Tonnara del Tono
Il S. Tommaso, una delle più grandi imbarcazioni della Tonnara del Tono, venne costruito alle soglie del Novecento nel cantiere di uno dei più facoltosi e valenti carpentieri navali di Milazzo, quel maestro Giovanni Vitali (1852-1939) che una vecchia fotografia raffigura con i baffi, un viso che sembra tradire un carattere burbero. Nel cantiere di Giovanni Vitali si formò un altro abilissimo artigiano, il maestro d’ascia Francesco Salmeri (1894-1976), che nel 1937 venne chiamato dagli amministratori della Tonnara del Tono a ristrutturare proprio il S. Tommaso. Di quell’importante intervento rimane traccia nella data ancor oggi osservabile nella parte posteriore dell’imbarcazione, che da anni attende una sistemazione adeguata.

LA GROTTA DI POLIFEMO

Da piazza S. Papino, costeggiando il lungomare di Ponente in direzione Nord, ci si imbatte nella possente rocca del Castello, ai piedi della quale si apre l’accesso alla mitica Grotta di Polifemo, una grotta naturale che nel Seicento, come riferisce un coevo memorialista locale, era «capace di cento uomini» ed ospitava la fabbricazione di «polvere e salnitro». Ampliata dal Genio Militare con lo scavo di nuove gallerie nel 1943, allo scopo di posizionare ulteriori artiglierie, la Grotta, secondo la tradizione, fu dimora del Ciclope Polifemo, ragion per cui la spiaggia di Ponente sarebbe stata teatro delle gesta di Ulisse e Polifemo. Chiusa al pubblico da alcuni decenni, la Grotta ospitò nel secondo dopoguerra un night piuttosto esclusivo.

LA BAIA DEL TONO

Proseguendo ancora verso Nord, si raggiunge il tratto conclusivo del lungomare di Ponente. E’ la baia del Tono, «’Ngònia» per i Milazzesi, che dunque preferiscono ancora utilizzare l’antico termine greco (“angolo”) per indicare appunto questo incantevole e meraviglioso angolo della città, in cui la spiaggia, rettilinea per chilometri, curva tutto ad un tratto, piegandosi col costone roccioso e con le scogliere in una meravigliosa vista mozzafiato, impreziosita dall’azzurro e pescosissimo mare del Tono, già sede di una delle tonnare più grandi di Milazzo. 

 Affascinante tramonto a Ponente con le Eolie sullo sfondo
Proprio alle spalle della chiesetta recentemente restaurata, un tempo adibita a deposito di reti e cordami nei mesi di inattività della Tonnara, i pescatori del rione marinaro di Vaccarella, i tonnaròti, sotto lo sguardo vigile del “rais” preparavano l’occorrente in vista della nuova stagione di pesca. Da qui si apre ancor oggi, lungo il costone roccioso, un suggestivo sentiero che conduce alle alte scogliere, dove a ridosso delle spumeggianti onde del mare è possibile gustare ancor più il meraviglioso panorama, che include una magnifica vista ravvicinata del Castello e della cittadella fortificata. Lungo il sentiero appena citato, ricco di vegetazione spontanea, alla base di un’edicola votiva, un’iscrizione marmorea ricorda che quel minuscolo tempietto venne innalzato nel 1907 «A Maria Consolatrice dai Marinari della Tonnara del Tono».

 La baia del Tono e la riviera di Ponente dalle alture della Manica

La piazzetta della ‘Ngònia ospita verso meridione gli antichi magazzini - ristrutturati appena qualche anno fa - che per secoli offrirono riparo alle imbarcazioni di tonnara (muciàra, palischermi o bastardi, buddunàru, portachiàra, gabanèlla, etc.). Di fronte al mare s’innalzano invece i fabbricati appartenuti alle due aristocratiche famiglie proprietarie della Tonnara del Tono, i D’Amico ed i Calapaj. Il bel palazzotto di questi ultimi, posto accanto alla chiesetta, fu commissionato nel 1815 da Domenico Calapaj, come si evince da alcune iscrizioni leggibili nelle decorazioni in pietra da taglio: recentemente è stato oggetto di ristrutturazione. Non molto distante dalla ‘Ngònia sorgono i bassi fabbricati del residence “La Tonnara”, innalzati all’inizio del Novecento per ospitare lo “Stabilimento”, ossia i reparti di produzione del tonno all’olio in scatole di latta, in cui trovavano occupazione perlopiù le mogli dei “Tunìsi”, così si chiamano gli abitanti della contrada.
Alle spalle della chiesetta, in cui è venerato il simulacro della Madonnina nera del Tindari ed entro la quale è stata recentemente riportata alla luce un’elegante e deliziosa pavimentazione risalente al Settecento, una ripida scalinata consente di raggiungere a piedi la contrada Manica, dove dalle alture del Promontorio è possibile gustare un’altra stupenda vista mozzafiato della ‘Ngònia, del Castello e dell’intera riviera di Ponente.




Itinerario di visita n. 3
Capo Milazzo


LA BARONIA E LA BAIA DI S. ANTONIO

La fondazione di Mylai, ossia della colonia greca, risale al 716 a. C., allorquando i calcidesi di Zancle, la vicina Messina, decisero di dotarsi di un avamposto militare avanzato, rafforzando così le proprie difese e mettendo nel contempo le mani sulla fertilissima Piana e sul porto di Milazzo. La penisola che si protende verso le Eolie non fu dunque una colonia di popolamento. La vita a Milazzo è testimoniata infatti sin dalla preistoria. Ne fanno fede ad esempio la necropoli di tipo protovillanoviano, databile tra il XII e l’XI sec. a. C., dunque alla tarda età del bronzo, rinvenuta da Domenico Ryolo in prossimità di piazza Roma alle soglie degli anni Cinquanta, o quella emersa di lì a poco ai piedi del Castello, in prossimità della Grotta di Polifemo, quando tornarono alla luce sepolture con inumazione entro grandi pithoi deposti orizzontalmente nel terreno, sepolture databili tra il XV ed il XIII sec. a. C. 



 
  La baia di S. Antonio con il sentiero che conduce alla torretta ottagonale del 1895 
I Greci, si sa, in Sicilia prediligevano le alture con panorami mozzafiato. A Milazzo non fecero eccezione. Attorno all’antico bianco Faro del Capo, tuttora preziosa guida per i naviganti, recenti indagini archeologiche hanno riscontrato la presenza di numerosi cocci a vernice nera e persino di un coccio (di circa cm. 8x8) finemente decorato col motivo della greca e con una figurina umana a vernice nera, raffigurata in cammino accanto ad un anforone. E’ in questo luogo meraviglioso, in questo estremo lembo del Promontorio che dunque, prima della nascita di Cristo, si svolgeva in parte la vita quotidiana della Milazzo “greca”: tra l’esplosione della vegetazione spontanea, le bianche rocce e l’azzurrissimo mare che, baciato dal sole, risalta la sagoma attraente delle vicine e fascinose isole Eolie. Le centinaia di ulivi secolari disseminati nella sterminata proprietà privata dei baroni Baeli-Lucifero, la “Baronia”, risaltano ancor più la mediterraneità dei luoghi, che è possibile gustare anche attraverso i ristoranti, le pizzerie ed i camping dislocati nei punti più suggestivi, come la “Riva Smeralda” ed il “Cirucco”, vere e proprie cittadelle turistiche in cui il visitatore, ospitato anche in appartamenti, camere e bungalow con vista sul mare, rischia di rimanere stordito dalla straordinaria bellezza dei panorami e persino dei fondali marini, esplorabili - con l’ausilio del personale esperto del diving center - attraverso immersioni subacquee mirate alla conoscenza della fauna e della flora marina e delle meravigliose grotte sottomarine. 

 I vigneti del Mamertino alla Baronia: sullo sfondo l'altura del Faro.

 Proprio accedendo dal camping “Cirucco” è possibile percorrere, a piedi o in mountain bike, il sentiero della Baronia, dove tra gli ulivi secolari ed i vigneti del “Mamertino”  ci si può affacciare per gustare la selvaggia bellezza di Punta Mazza, con annessa spiaggetta raggiungibile dal mare.

  Vista mozzafiato della baia di S. Antonio


La Baia di S. Antonio, meta privilegiata della nautica da diporto
Percorrendo l’estremità della penisola milazzese lungo il versante di Ponente ci si imbatte invece nelle meravigliose sinuosità della Baia di S. Antonio, ove sorgeva l’omonima tonnarella, dei cui fabbricati rimangono avanzi nella spiaggetta raggiungibile da un sentiero che s’imbocca lungo la passeggiata panoramica e che conduce ai resti della torretta ottagonale, deliziosa costruzione neogotica del 1895 (ing. Pasquale Mallandrino), residenza estiva di un aristocratico milazzese, per lungo tempo creduta erroneamente una torre militare d’avvistamento, funzione che verisimilmente ebbe invece l’altra (cosiddetta “Torre Longa”) visibile nella strada che conduce al Santuario rupestre di S. Antonio da Padova. Ed è proprio nella spiaggetta e nel sentiero appena citati che è possibile osservare reperti archeologici saldatisi da millenni agli scogli ed ancora le rocce, le stratificazioni geologiche e le conchiglie fossili che hanno attirato sin dalla prima metà dell’Ottocento l’attenzione di autorevoli geologi e malacologi, come attesta peraltro il monumento a Giuseppe Sequenza eretto alcuni anni or sono nella soprastante passeggiata, in prossimità della “Torre Longa”.

  I coniglietti selvatici di Capo Milazzo

 Là dove termina la passeggiata, s’imbocca la scalinata che consente di discendere al Santuario rupestre di S. Antonio, il Santo di Padova che secondo la tradizione, in occasione di una violenta tempesta che rendeva impossibile la navigazione, fu ospitato da un eremita proprio in questa piccola grotta, dalla fine del Seicento riccamente decorata con eleganti marmi policromi. 


 Santuario rupestre di S. Antonio da Padova:
 bassorilievo marmoreo raffigurante un miracolo del titolare

Particolarmente interessanti l’altare maggiore (1699) ed i medaglioni marmorei settecenteschi con bassorilievi raffiguranti episodi della vita del titolare, rappresentato da una statua attribuita allo scultore barcellonese Matteo Trovato (1870-1949). Alcune iscrizioni marmoree arricchiscono la piccola aula della chiesa, dotata di un semplice portale in pietra da taglio posto dirimpetto ad una meravigliosa terrazza panoramica che si affaccia sulla baia e sulle Eolie. Il Santuario nel mese di giugno è meta di devoto pellegrinaggio.

 Fiore del cappero 

 Euphorbia dendroides L., per i Milazzesi "mangarunàra"
Risalendo la scalinata del Santuario, accanto al cancello, si apre, in direzione del bianco Faro dei naviganti, uno stretto viottolo tra i tradizionali muri a secco di Capo Milazzo (“armacìe”) ed i fichi d’india, al termine del quale, sulla sinistra, si accede al sentiero che conduce a Punta Messinese, l’estremità del Promontorio e della penisola milazzese. Qui gli ulivi selvatici caratterizzano il paesaggio, con ai loro piedi le giallognole distese in fiore del “Crysantenum coronarium”, pianta spontanea tipica del Capo. Non mancano gli eleganti fiori bianchi della pianta del cappero, che vegeta indisturbata anche nelle antiche muraglie della cittadella fortificata, con la quale la Baronia condivide pure le tane ed i cunicoli di furbissimi coniglietti selvatici che scorazzano qua e là. Uno straordinario punto panoramico rialzato - dove non ci si può sottrarre dallo scattare una buona fotografia ricordo o dall’osservare i volatili in cielo (barbagianni, piccione torraiolo e gheppio, per citarne alcuni di quelli visibili tutto l’anno) - coincide con l’inizio della lunga scalinata che discende sino ai deliziosi “laghetti”, posti nella punta estrema della penisola, dove a sinistra è possibile ammirare lo Scoglio della Portella (o “Carciofo”), che mostra evidenti i segni delle erosioni provocate dal continuo sbattere delle onde, mentre a destra campeggia il suggestivo viso di pietra, scultura naturale ricavata nella bianca roccia, oltre la quale si apre la grotta marina di Gamba di Donna, che trae la propria denominazione da una selce che dal soffitto s’immerge in mare. Completano il quadro, in prossimità dei "laghetti", l'escursione sino al monumento eretto in memoria del sub Pippo Del Bono, da dove può gustarsi un altro panorama mozzafiato della Baia di S. Antonio, e la visita alla stretta e suggestiva grotta, un corridoio naturalmente scavato nella roccia largo appena un metro ed alto poco più di 4 metri.




  L'altura del Faro, Punta Mazza e la deliziosa spiaggetta di Renella 

I "laghetti" di Punta Messinese


 Panorama mozzafiato dal monumento eretto 
in memoria del sub Pippo Del Bono

Il suggestivo viso di pietra





La grotta che si apre nel costone roccione di fronte ai "laghetti" di Punta Messinese.
Nella foto in basso, l'entrata vista dall'interno.



Itinerario di visita n. 4
L'altro Promontorio

SENTIERO «'U 'NFENNU E U PARADISU»

Un lungo profumatissimo e coloratissimo percorso che si snoda tra le numerose varietà della flora spontanea - tra tutte l’Euforbia arborea (Euphorbia Dendroides) e l'Artemisia – e lo sguardo incuriosito di quelle faunistiche, come il coniglio selvatico.

Il sentiero s’imbocca lungo la stradella in salita che conduce a Monte Trino, proprio dove l’omonima traversa di via Trinità si piega ad angolo retto. La targa lignea nell’indicarne il percorso non manca di additare le specie faunistiche rintracciabili lungo il cammino, che inizialmente si snoda tra due tradizionali muretti a secco (armacìe) - uno dei quali alto in qualche punto oltre 3 metri! – delimitanti le attigue proprietà private. Il percorso tra la campagna termina laddove un altro cartello turistico indica Punta Grottazza, denominazione che trae origine dalla grotticella che sovrasta il roccioso e selvaggio dirupo. Qui un’altra armacìa guida l’escursione in direzione sud, verso la Manica, dove il sentiero giunge al termine, non senza prima riservare al visitatore meravigliosi scorci panoramici con Punta Messinese e le Eolie sullo sfondo. E’ il tratto più spettacolare, ma nel contempo più impervio (da cui verisimilmente la denominazione che accosta l’inferno al paradiso), un pericolo comunque lenito da qualche cima saldamente ancorata alla roccia dai volontari che da un decennio a questa parte hanno consentito al sentiero di sopravvivere. Per la percorrenza del sentiero sono necessarie calzature adeguate e bastone da trekking.



 Le altissime armacie ad inizio sentiero in contrada Monte Trino

 
Punta Grottazza
 
L'impervio sentiero rimanda ai gironi infernali

(foto Nicola Mento)

Sul far della sera

Scorcio paradisiaco (foto Nicola Mento)

In prossimità della Manica

La Manica con vista sul Tono

L'accesso al sentiero in c.da Manica, alle spalle dell'ultima abitazione 
(foto Nicola Mento)


Itinerario di visita n. 5
La Piana

LA CITTA' DEL VINO E DELLE BARBATELLE 


Chissà se Garibaldi, subito dopo aver sconfitto a Milazzo nel luglio 1860 le truppe borboniche, abbia mai sorseggiato un bicchierino di Mamertino, il vino - prodotto a quel tempo in versione liquorosa da un fervente patriota - la cui denominazione rimandava inevitabilmente alle fonti dell’antichità, dalle Epistole di Giulio Cesare a Plinio e Strabone, i quali non mancarono di tributare sincere lodi a questo vino prodotto negli ampi territori che i Mamertini controllavano ai tempi delle guerre puniche nella porzione nord-orientale dell’Isola.

Sebbene sia bagnata quasi interamente dal mare, Milazzo ha presentato in passato un’economia perlopiù vitivinicola, basata dunque sul duro lavoro della terra. I suoi rinomati vini da taglio, destinati nella seconda metà dell’Ottocento a rinsanguare le deboli e scolorite produzioni francesi, furono inoltrati anche oltreoceano, soprattutto in Argentina. Ritenuti insieme a quelli prodotti a Barletta i migliori vini da taglio italiani, i neri ed i cerasuòli, queste le denominazioni dei due vini da taglio prodotti sino a metà Novecento negli ubertosi vigneti della Piana, erano ricavati dall’unico vitigno coltivato a Milazzo, quel Nocera cui oggi si punta per rilanciare la vitivinicoltura locale.

È stato l’imprenditore Alessio Planeta a crederci di più: grazie al suo prestigioso marchio la grande enologia è tornata a Milazzo, nei panoramici vigneti che si affacciano sulle incantevoli scogliere della Baronia di Capo Milazzo, dove tra qualche anno verrà avviata la produzione e la commercializzazione del Mamertino Doc, già lanciata da un altro imprenditore vinicolo, il milazzese Alessio Grasso, nelle cui cantine site in via Albero è possibile ammirare un piccolo ma interessante museo enologico.

Milazzo città delle barbatelle: piantagione innesti-talea in barbatellaio


Collocato all’ingresso del vasto fabbricato che ospita moderni impianti enologici e grandi tini troncoconici in acciaio, lo spazio museale allestito nelle cantine Grasso (chiuso sabato pomeriggio e festivi) ospita un’interessante collezione di antichi utensili da bottaio, dalla picunàra utilizzata per eseguire il foro centrale della botte (cocchiume) al chianòzzu impiegato per rifinire le estremità interne delle doghe, predisponendole così al successivo passaggio del caprugginatoio (‘ncinatùri), l’utensile che consentiva a sua volta di scavare ‘a ‘ncina, ossia il solco - correttamente denominato capruggine e applicato alle estremità interne delle doghe - entro il quale si incastravano i due fondi (timpagni) della botte. Al centro del museo fa bella mostra di sé uno splendido esemplare di torchio ligneo alla genovese (conzu) proveniente dalla vicina contrada Contura e risalente verisimilmente al XVIII sec.: costruito da valenti carpentieri navali di Milazzo - erano loro che ne curavano anche la manutenzione periodica - il robusto e possente strettoio è munito delle sportine entro cui venivano inserite le vinacce da spremere. La visita al museo è arricchita dalla degustazione di uno dei diversi vini prodotti dalla Casa: tra gli altri il «Mamertino di Milazzo Rosso Doc», preparato perlopiù - come rigorosamente previsto dal relativo disciplinare di produzione approvato con decreto ministeriale nel 2004 - con uve Nero d’Avola e con quelle del vitigno tradizionale della Piana di Milazzo, il Nocera.


Museo Enologico Grasso: antico torchio alla genovese e arnesi da bottaio

Per i nostalgici delle vendemmie d’una volta si consiglia una visita al suggestivo palmento di via Carrubaro (quasi ad angolo con la via L. Fulci), dove il proprietario sig. Salvatore Italiano ha mantenuto intatta nel tempo la magia di uno dei numerosi fabbricati rurali della Piana un tempo adibiti alla produzione dei rinomati vini da taglio di Milazzo. Al suo interno – visitabile ogni sabato pomeriggio – accanto al corredo di botti piccole e grandi, il tradizionale palmento, ossia la vasca di pigiatura in muratura con tina sottostante, dove il mosto grondava spumeggiante. La visita è resa ancor più interessante e gradevole dai racconti e dagli aneddoti dell’anziano maestro Salvatore Abbriano, ultimo bottaio di Milazzo,  magari sorseggiando un buon bicchiere di vino generoso prodotto in questo stesso palmento con uve raccolte nei vigneti della vicina S. Filippo del Mela. Anche qui un antico torchio ligneo alla genovese si erge maestoso, mentre tutt’attorno, appesa alle pareti, campeggia la bella collezione di listini pubblicati negli anni Trenta del Novecento dal vivaio di viti americane di Antonino Italiano, padre del proprietario, nonché facoltoso vivaista viticolo di una città che, oltre ad essere piazza vinicola di prim’ordine, fu altresì una delle capitali indiscusse del vivaismo viticolo italiano: fu proprio a Milazzo che il grande scienziato messinese Antonio Ruggeri (1859-1915) creò il suo più celebre portainnesto della vite, il 140 Ru, diffuso in tutto il mondo.

Innestatrici al lavoro in c.da S. Marco nei Vivai Giuseppe Alessio Maimone

Le barbatelle di Milazzo, ossia le piantine di vite acquistate dai viticoltori per impiantare i propri vigneti, sono ancor oggi ricercate in ogni angolo d’Italia: a tal proposito si consiglia una visita ai vasti vivai di c.da S. Marco (via Garrisi, 133) del vivaista Giuseppe Alessio Maimone, in cui è possibile osservare l’intero ciclo di produzione delle barbatelle selvatiche ed innestate (preparazione talee, innesto eseguito da manodopera femminile, forzatura in casse di legno, paraffinatura e, tra l’altro, piantagione degli innesti-talea in barbatellaio).